I risultati di questo studio hanno evidenziato come l’ecosistema del Golfo Interno di Olbia abbia caratteristiche intermedie fra quelle di un ecosistema marino costiero e quelle di un ecosistema di transizione.
La comunicazione con il mare è sostanzialmente efficiente in rapporto alle sezioni in gioco, almeno nella maggior parte degli scenari, al punto da rendere ben percepibile la circolazione indotta dalla marea anche nelle parti più interne del Golfo. Tuttavia, è anche vero che lungo l’asse maggiore di quest’ultimo si sviluppa un gradiente ambientale che rappresenta l'effetto combinato della progressiva riduzione dell'idrodinamismo e dell'aumento della pressione antropica.
Questa è determinata soprattutto dall’immissione di reflui urbani ed industriali sia trattati che non trattati, i quali, insieme al run-off naturale spingono il sistema verso un assetto trofico sempre elevato. Ciò causa problemi che occasionalmente danno luogo ad eventi distrofici, ma consente anche di sostenere produzioni di notevole interesse nel campo della mitilicoltura, che beneficia di condizioni favorevoli non solo dal punto di vista trofico.
Nel loro complesso le condizioni ecologiche del Golfo non sembrano indicare l'esistenza di fenomeni di degrado complessivo delle condizioni ambientali e gli eventi distrofici che occasionalmente si manifestano non hanno mai una intensità ed una estensione tali da pregiudicare il riassetto del sistema in tempi relativamente brevi. Quest’ultimo, d’altra parte, ha tutte le caratteristiche necessarie a supportare un’elevata capacità di resilienza.
Se è evidente che il Golfo di Olbia ha subito trasformazioni assai profonde nel corso dell'ultimo secolo, è altrettanto evidente che, in risposta a queste, si è determinato l'assetto attuale dell'ecosistema-Golfo, che esprime il migliore adattamento possibile a tutte le forzanti al contorno.
In particolare, è interessante notare come i popolamenti bentonici di fondo mobile del Golfo siano efficienti nello sfruttamento della biomassa detritale, risultando al tempo stesso ben strutturati e ricchi, soprattutto se paragonati a quelli dell'infralitorale superiore di aree costiere limitrofe. Ciò indica chiaramente come gli eventi distrofici, per quanto dannosi per la produzione ittica e spiacevoli per ciò che riguarda la fruizione dell'ambiente a fini ricreativi, non incidono in maniera significativa sull’assetto dell'ecosistema, che possiede una forte capacità di resilienza ed è addirittura capace di riciclarne in parte i cataboliti (ovvero la necromassa).
Una riqualificazione del Golfo interno di Olbia, comunque, non può che essere basata sulla “messa a punto” del suo "motore" ecologico, che deve essere perseguita attraverso il raggiungimento di un equilibrio fra immissioni (apporti terrigeni naturali, reflui urbani e industriali), produzione primaria (prevalentemente planctonica) e consumo di detrito. Essendo sostanzialmente inattuabile un controllo diretto delle due ultime componenti, è evidente che una corretta gestione del Golfo non può che basarsi sul controllo dei reflui.
Il termine "controllo", in questo caso, non va inteso nell’accezione di "limitazione", quanto piuttosto in quella di "gestione". Infatti, i risultati delle simulazioni effettuate mediante il modello ecologico sviluppato nell’ambito di questo studio hanno chiaramente mostrato come l'immissione ed il livello di depurazione dei reflui urbani, insieme al consumo del comparto bentonico (di cui i mitili in coltura sono una parte rilevante), sono gli elementi di controllo della dinamica complessiva dell'ecosistema.
I massimi livelli di produttività sarebbero raggiunti nell'ipotesi di reflui interamente depurati, cioè di immissione nel sistema di azoto in forma prevalentemente inorganica. Al contrario, i livelli minimi si riscontrano nell'ipotesi di immissione di soli reflui non trattati, cioè di un carico azotato in larga misura rappresentato da sostanza organica disciolta e particolata. E' evidente che quest'ultimo scenario ha delle implicazioni di tipo igienico-sanitario che esulano dagli obiettivi di questo studio e che sono tanto ovvie quanto difficilmente modellizzabili in termini quantitativi.
Nel primo caso, tuttavia, si determinerebbe un’instabilità del sistema già evidente nelle simulazioni effettuate, che pure possono esprimere soltanto in minima parte la reattività del sistema reale. D’altra parte, è proprio attraverso un parziale e transitorio aumento della disponibilità di azoto inorganico che sembra più facilmente sostenibile un ulteriore incremento sostenibile della produttività del sistema, soprattutto in termini di biomassa di mitili in coltivazione.
Una più accurata simulazione delle dinamiche di ottimizzazione delle produzioni in questo settore potrebbe essere ottenuta in base a studi di campo impostati ad hoc e mirati all’acquisizione di misure accurate dei processi fisiologici in condizioni reali e non il laboratorio. La letteratura scientifica in materia, infatti, è largamente carente in questo senso.
Infine, va sottolineato il fatto che la produzione ittica non è stata presa in considerazione in questo studio, sia per i limiti imposti dalle risorse disponibili, sia per la sua marginalità rispetto agli equilibri energetici alla scala considerata in questo studio. Tuttavia, in virtù del suo valore economico, è auspicabile che ulteriori studi consentano di valutarne tanto la consistenza quantitativa quanto la dinamica in un ottica realmente ecosistemica.
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